Teste di Modì: quando raccontarsi diventa cura

Conversazione con il dott. Pier Francesco Ferrucci, oncologo della Casa di Cura San Rossore

Con il dott. Pier Francesco Ferrucci, oncologo della Casa di Cura San Rossore, ripercorriamo un episodio apparentemente goliardico della sua giovinezza universitaria e riflettiamo su come esperienze inattese possano incidere profondamente sul modo di vivere la medicina, il rapporto con i pazienti e il senso stesso della cura.

Dott. Ferrucci, la vicenda delle “teste di Modì” ha segnato la sua vita. Che cosa accadde davvero?
Era il luglio del 1984 quando, insieme a tre compagni di classe, decidemmo di fare qualcosa di assurdo: scolpire una testa “alla Modigliani” e gettarla nei fossi di Livorno. Lo facemmo per gioco, per curiosità, per testare il confine tra verità e credulità, tra arte e autorità. Era l’anno del centenario della nascita di Modigliani e circolava la leggenda secondo cui avesse gettato alcune sculture nel Fosso Reale prima di partire per Parigi. Non immaginavamo che quel gesto sarebbe diventato un caso mediatico mondiale.

Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Un episodio apparentemente banale che mi ha costretto a crescere in fretta e mi ha insegnato a muovermi in contesti complessi, segnati da sospetti, falsità, ferocia mediatica e persino complotti. Essere sotto i riflettori è destabilizzante, ma sono riuscito a non perdere di vista i miei obiettivi e le mie passioni. Ho studiato medicina e chirurgia, mi sono specializzato in oncologia, ho lavorato per trent’anni in un importante centro di ricerca sul cancro, occupandomi di immunoterapia e contribuendo allo sviluppo dell’Oncologia di Precisione.

In che modo tutto questo entra oggi nella sua pratica clinica?
Col tempo ho capito che quell’episodio, e la leggerezza senza filtri con cui lo raccontavo, erano capaci di aprire porte, abbattere barriere e creare empatia. Da un lato ci sono i miei anni di ricerca di base e clinica, dall’altro le esperienze di vita e il desiderio di metterle a disposizione di chi si rivolge a me con fiducia, angoscia e speranza. Raccontare, spiegare, ascoltare: ho creduto fosse possibile ridurre la distanza tra medico e persona ammalata, alleggerendo la pesantezza della diagnosi senza sminuire l’autorevolezza.

Arte, scienza ed emozioni: che relazione hanno?
Arte e scienza nascono dagli stessi moti primordiali: curiosità, esplorazione, meraviglia. Anche l’umorismo ha un ruolo fondamentale: non è superficialità, ma uno strumento potente per alleggerire il contesto, creare sinergia, facilitare la partecipazione e la comprensione, che si tratti di guarigione o di qualità della vita.

E questo si traduce anche in impegno concreto.
In parallelo ho fondato la Fondazione Grazia Focacci, una Onlus che sostiene la ricerca sul cancro e accompagna i malati e le loro famiglie nel percorso della malattia. Esperienze imperfette possono diventare risorse preziose per creare empatia e solidarietà.

Come tutte le storie, anche questa ha una morale: a volte un racconto, una confessione che si trasforma in sorriso, avvicina più di molte parole tecniche.